Il Gitagovinda

gita | lavocedelcarro.itIl Gitagovinda, il pastore del canto, è un testo dell’eros mistico spirituale dell’India

 L’autore

Il Gitagovinda proviene da Jayadeva, poeta del XII sec d.C. E’ un testo celebrazione del saper come vivere la dimensione spirituale tramite la sensualità del corpo e l’influenza dei sentimenti

 Il poema

Il poema canta le inesauribili avventure d’amore di Krsna, incarnazione del dio Visnu, con le molte pastorelle dalle “carni tonde, lisce, quasi elastiche, dense della molle densità del miele che cola sopra il miele”; “stringe una, bacia un’altra … guarda una più affettuosa nel sorriso, una invece segue splendida che non ha rivali: Hari qui gioca, mentre una schiera di fanciulle maliziose folleggia intorno a lui seducente”. Ma nel bosco c’è anche la pastorella Radha, la sua unica e vera Amata prediletta fra le mille pretendenti amanti. “Mentre Hari vaga nella foresta a far l’amore con tutte, Radha, andatasene altrove a causa della gelosia per il suo privilegio svanito, fermandosi afflitta disse: la mia anima arde d’amore per Krsna. Che debbo fare?”. Comincia a ricordare i bei momenti trascorsi insieme: “con me, che l’ho raggiunto una volta sotto il pergolato … con me, che mi fa arrendevole con cento lusinghe … con me, stesa sul letto di boccioli mentre Hari si abbandona sul mio seno … con me, languida per l’emozione dolce del convegno d’amore” e così il ricordo diventa un richiamo al cuore dell’Amato che la sente da lontano, e anche Krsna, danzando, alla fine esausto, ricorda di lei e a lei ritorna.
Il Gitagovinda, come il Cantico dei Cantici biblico, è un inno all’amore sponsale tra l’uomo e la donna, ma pure una metafora di quello tra l’uomo e Dio, che costantemente si cercando come due amanti, col rischio di perdersi nel gioco delle pulsanti e lussureggianti forme dell’esistenza, ma anche con la gioia vera di ritrovarsi nell’essenza delle cose, più uniti che mai.
Prima di leggere alcuni versi, invochiamo il divino Krsna: “Oh Tu che sei profumato di sandalo e che porti la gioia dell’amore, sii gentile, ti prego; sciogli ogni sventura tra noi; Oh Tu che sei il respiro del mondo”

La scena

Ecco dunque la scena: E’ primavera, i venti del Malaya spirano tiepidi e soavi, profumati da gli infiniti fiori, i cuculi intonano il richiamo nostalgico, come quello degli usignoli, gli sciami ronzanti della api suggono avidi il nettare. Nella foresta sulle rive della Yamuna, il sacro fiume dalla corrente blu, Govinda, o come più sovente è chiamato, Hari, si trastulla colle pastorelle: “Inghirlandato di bosco, gialla la veste, lo scuro corpo spalmato di sandalo, le guance ridenti ornate d’orecchini. Una preme i seni tumidi contro il suo petto blu nero come un loto, una piega il capo e lo bacia arrendevole, una delicatamente lo tira per la veste fra i canneti ai bordi dell’acqua”

Radha

Di lontano, non vista, Radha, l’amore di sempre, la pastorella prescelta, lo guarda e ripensa a quando Hari le scioglieva la veste dai fianchi, posava il suo capo sul suo seno, la baciava afferrandole la chioma. Hari intanto avverte il misterioso richiamo dell’amore e in mezzo alla danza delle pastorelle, ammutolisce “imprimendosi Radha nel cuore come fascia che lega le memorie delle vite passate, abbandona le belle”, e chiede perdono a lei che le “sta dentro il cuore”.

Hari

Hari ora a Radha si rivolge: “Tu sei il mio ornamento, tu sei la mia vita, tu sei la gemma nell’oceano della mia esistenza, siimi sempre vicina, ti prego: questa è l’aspirazione più grande del mio cuore: caro amore, sempre affettuosa, lascia la collera, anche a me il fuoco d’amore arde l’anima: dammi da bere il vino del loto delle tue labbra”.
“Allora, nel momento dell’incontro col suo amore, cadde a Radha un fiotto di lacrime di gioia come un ruscello di sudore, che superava gli angoli luccicanti tremuli degli occhi, riversi come nello sforzo di oltrepassare i confini delle orecchie” … “dipingimi i seni, appendimi alle orecchie una foglia, allacciami ai fianchi la fascia, ornami i capelli con una ridente ghirlanda, infilami bracciali alla mano, ai piedi cerchi di gemme, e a questi comandi l’amante, benché fosse Dio, obbediva”.

(pagg. 14 – 15) – e (pag 112 – 116) – infine (pagg. 128 – 139)